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LO SCRITTORE

LO SCRITTORE

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RACCONTO DI GIANLUCA GATTA PUBBLICATO SULLA RIVISTA MCMICROCOMPUTER N° 12/95, DEL SETTEMBRE 1996. Non ce la faceva, proprio non ce la faceva ad andare avanti. Come avrebbe potuto diventare scrittore se ... L'immagine riprende l'originario titolo di lavorazione del racconto "Il nastro di Moebius".

Non ce la faceva, proprio non ce la faceva ad andare avanti. Come avrebbe potuto diventare scrittore se non riusciva nemmeno a rendere quantomeno accettabile dal punto di vista lessicale i suoi scritti?

Strana contraddizione... lui, di professione, faceva l'addetto stampa e aveva a che fare ogni giorno con tutto ciò che riguarda lo scrivere: leggeva a non finire editoriali, fondi, cronaca... che approfondiva poi studiando libri su libri su libri; stilava resoconti dettagliati di forum, tavole rotonde, convegni e congressi; sintetizzava o drogava a piacimento - o più spesso secondo le necessità - le agenzie, i discorsi dei politici, dei cantanti, degli attori, delle pornostar. Ma dalla propria penna non riusciva a trarre niente di veramente buono che non fossero fredde elencazioni di dati o giustapposizioni di informazioni pescate un po' qua un po' là.

Ma come si diventa scrittori? Di idee ne aveva a bizzeffe; ormai non si contavano i fogli sparsi nei cassetti contenenti appunti, stralci di pensieri, frasi smozzicate e scalette per libri. Però, quando era il momento di mettere su carta, per esteso, tutto quel materiale e di legare frasi di senso compiuto che avessero un certo significato, una certa... poesia, tutto spariva nel caos.

Il fatto è che lui non si accontentava di riuscire a scrivere: voleva comporre arte. E l'arte gli sfuggiva.

Un tempo era giunto a credere che l'artista, quello vero, non sa di essere tale, e se lo sa o smette immediatamente di esserlo o smette immediatamente di saperlo. Allora si era sforzato di non pensare all'arte, ma al contrario più si sforzava e più ci pensava, e più ci pensava più l'arte si allontanava.

Poi cominciò a credere che l'artista non è artista se non viene considerato tale dagli altri; allora, non rientrando questo giudizio tra le sue possibilità di controllo, si convinse che degli altri non doveva fregargliene proprio nulla e cominciò a scrivere a ruota libera, anche se questa volta il risultato era spesso una bolgia di idiozie scontate e ritrite.

Ma anche così un altro problema, un ostacolo fondamentale, risaliva poi alla luce: lo sviluppo dell'idea. In genere funziona così: quando l'idea è ben chiara nella testa ci si ricama un po' sopra per darle un senso, un seguito, una cornice un po' carina, qualcosa che insomma la faccia meglio digerire al lettore. Ma a lui succedeva che, nel bel mezzo di questo procedimento, all'improvviso, tutto si richiudeva su se stesso, si accartocciava, si appallottolava nella mente e, appallottolandosi, cominciava dapprima a perdere di significato, poi a perdere di mordente e alla fine anche l'idea veniva rapita e, con il resto, respinta verso il silenzio da cui era scaturita. Era come se, superato un certo punto ideale di rimestio interiore, l'idea stessa richiedesse di venire liofilizzata, disidratata, per poi sparire indietro. Quelle volte che invece riusciva ad arrivare ai fogli di carta quadrettata - prendeva in mano la penna stilografica e cominciava a scrivere - allora andava spedito e buttava giù tutto quanto gli veniva in mente, a cascata, poi cominciava col rallentare (per correggere la grafia, una sintassi poco felice o semplicemente cercare un'immagine più efficace) e alla fine, inesorabilmente, era costretto a fermarsi. Il pensiero gli pareva più veloce della propria mano e non era capace di tenerlo a freno: andava avanti, nel dopo, in quello che nel seguito sarebbe già successo e l'autore a quel punto non riusciva più a scrivere perchè non poteva al tempo stesso pensare all'adesso e al poi di un'opera. E così, anche quelle poche volte, si bloccava.

Cominciò allora a scrivere racconti sempre più brevi, cercando di battere il proprio pensiero sulla lunghezza dello spazio e del tempo. Un racconto breve gli permetteva di descrivere le stesse cose, il medesimo concetto, in poche parole; inoltre, così aveva sperimentato, riusciva a tenere sotto controllo il pensiero, sfuggente, per non più di venti minuti: in quei pochi istanti (perchè tali comunque li percepiva) sarebbero nate le sue pagine d'artista.

Ma c'era poi la correzione lessicale. Un giorno si sorprese a scrivere la decima stesura di un racconto: lo aveva reso così incomprensibile e deficiente da indurlo - solo per un momento però - a desistere per sempre. Che tipo di parole doveva adottare? forbite? popolari? gergali? comprensibili? Doveva interrogare perennemente il dizionario dei sinonimi e macinare i segni, sostituendoli uno a uno, alla ricerca di un linguaggio "sostenuto"? Ma i veri scrittori lo fanno? Oppure non si abbassano a tanto perchè hanno tutto il lessico fissato in quella testa?

Ora, in questo preciso istante, adesso, si trovava lì con il foglio bianco davanti.

Azzerato.

Non sapeva che cosa dire, come scrivere, come correggere.

Ebbe però un'intuizione. Se invece di aspettare le idee avesse scritto qualcosa sul proprio modo di scrivere, la propria maniera di affrontare un racconto, le proprie fissazioni, i propri problemi eccetera, non era forse un modo come un altro per raccontare qualcosa di interessante? Forse, attraverso questa specie di esorcismo letterario, sarebbe riuscito successivamente a superare ogni viziosità .

Come si dice... provare non costa nulla e di getto cominciò allora a scrivere: "Non ce la faceva, proprio non ce la faceva ad andare avanti..."

 

(Gianluca Gatta, 1995)

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